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Diario di viaggio di Fes, Marocco

viaggio in marocco, concerie di pelle

Il Muezin recita l’Adhān dal minareto della moschea, il sole sta per sorgere e dalla stanza del mio riad sento i primi rumori della città che si sveglia. I passi trascinati con le infradito di uomini che rispondono al richiamo della preghiera, i primi suoni delle voci che si salutano con rispetto e amore, l’odore di pane caldo che arriva dalla cucina; tutto sembra iniziare presto ma nulla si è mai fermato.

Le concerie di pelle a Fes

La tradizione delle concerie di Fes [Credits by Carlos Ibanez/ Unsplash.com]

La Medina di Fes inizia ad animarsi. Le grida dei commercianti si fanno sempre più intense. Le strade polverose, i bambini scalzi che corrono le donne che camminano decise per le strette vie scambiando solo piccoli sguardi e saluti.

Il grado d’intensità del Marocco mi affascina. Mi attrae come una calamita e rilascia l’adrenalina di cui non riesco a fare a meno; la lingua che non comprendo e la cultura che mi è difficile assimilare velocemente.

Il Marocco fa molto rumore, ma risulta estremamente silenzioso. Il sacro silenzio, il richiamo alla preghiera. Imparo ad ascoltare, ad osservare. Non parlo e mi lascio trasportare dalle emozioni. Ci sono entrata silenziosamente, quasi timidamente. Rimango incantata. Il Marocco vive di umanità. Un’umanità che circonda l’ambiente e lo si percepisce vivendo. Mi sento viva e ma nello stesso tempo mi guardo dentro.

Il panorama di Fes sulla Porta Blu

Virginia durante la sua visita a Fes [Foto di Virginia Salvatori]

La difficoltà della lingua e della cultura mi porta ad isolarmi a momenti, e mi spio dentro. Quando provo a nascondermi qualche sguardo profondo mi riporta nel momento. Mi abituo ai loro riti con i loro tempi. Mi sembra difficile, quasi impossibile concepire i ritmi. Poi sento l’esigenza di vivere ogni momento.

Assaporo ogni sorso di thè alla menta. Vivo il tramonto sulla terrazza, i ragazzi sono gioiosi e concentati a passare i pochi attimi concessi in una vita apparentemente ripetitiva. Ogni volta che torno da loro sento odore di menta e felicità.

Il momento condiviso nell’hammam è un ricordo indelebile. Donne tutte diverse tra loro, bambine che giocano a fare le grandi. Senza vestiti, senza l’imbarazzo iniziale mi sento parte di un’unica famiglia. Una famiglia che non guarda da dove vieni. La lingua non è un limite. L’amore ci spinge a comunicare in qualsiasi modo. Il mal d’Africa l’ho percepito e sentito profondamente nel mio cuore. Mi ha spinto a tornarci e ritornarci ancora.

Amo Fes. Amo tutto. I colori. Gli odori dei baracchini per mangiare. I sorrisi dei bambini che ti invitano a giocare con loro.
Ho il cuore leggero. Sono felice.

Virginia Salvatori

2 comments

  • Karin

    Grazie Virginia,
    Leggendo le tue parole vedo passare davanti a me i ricordi di quei giorni.
    Hai trovato le parole perfette per esprimere le sensazioni che si provano ad immergersi in una terra come quella del Marocco della quale spesso si condividono informazioni banali e pregiudizievoli.
    Consiglio a tutti di provare, provare sulla propria pelle tutta la bellezza sprigionata da quei suoni, quei colori, quegli odori e quegli sguardi che ti avvolgono amichevolmente in quella terra magica!!!

  • Lucia

    Bellissimo articolo ! Un viaggio nel viaggio … dentro e fuori … aspetto le altre esperienze ! Dai Virginia …. emozionaci ! Alla prossima !

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